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Oltre la malattia

30 Maggio 2022
di intermedianews
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Tumore del seno, in Puglia -34% di mammografie a causa del Covid. “Servono sistemi innovativi per favorire i tre programmi di screening”

Bari, 30 maggio 2022 – In Puglia la riduzione degli screening per il tumore del seno è stata più alta della media italiana. Nel primo anno e mezzo della pandemia gli esami “mancati”, rispetto al periodo pre-Covid, sono stati 44.380. Si tratta del 34% in meno, mentre la media nazionale si attesta al -28%. Più in generale, in tutta la Penisola, ammontano a oltre 816mila gli screening mammografici saltati a causa del Coronavirus. E sono più di 1 milione e 93mila le donne che non sono state invitate a partecipare a questi esami salvavita. In totale in tutta Italia sono oltre 4 milioni in meno gli inviti a partecipare agli screening. Da gennaio 2020 a maggio 2021 sono stati svolti: -35% di esami per individuare il tumore collo dell’utero e -34% di esami non eseguiti per il carcinoma del colon-retto.

Sono questi alcuni dati emersi durante il convegno “Prevenzione e Screening ai tempi del Covid”. L’evento si svolge oggi presso il Centro Polifunzionale Studenti dell’Università di Bari ed è promosso dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, IncontraDonna e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). “La pandemia ha peggiorato una situazione già difficile – sottolinea la prof.ssa Adriana Bonifacino, Presidente di IncontraDonna Onlus -. Prima del 2020, il numero di donne che si sottoponeva regolarmente ad una mammografia gratuita era troppo basso. Lo stesso vale per l’HPV Test e la ricerca del sangue occulto nelle feci che servono per individuare precocemente il cancro della cervice uterina e quello del colon-retto. Questo è avvenuto soprattutto in alcune Regioni che presentano da molti anni dati non incoraggianti. L’arrivo del Covid ha distolto non solo risorse, ma anche l’attenzione dei cittadini dal cancro”.

“La pandemia ci ha insegnato che alcuni sistemi funzionano ed altri invece no – prosegue il prof. Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM e direttore dell’UOC Oncologia Medica e Breast Unit dell’ASL di Brindisi -. Abbiamo ottenuto i risultati dei tamponi o prenotato una vaccinazione con un semplice smartphone e abbiamo ricevuto dalle Istituzioni mail o SMS. Ma i cittadini vengono ancora invitati agli esami di screening attraverso le tradizionali lettere postali. È un sistema ormai superato. Le cittadine non aderiscono ai programmi di screening non solo perché sottovalutano un possibile problema di salute. Spesso proprio le missive non arrivano a destinazione. Possiamo e dobbiamo utilizzare sistemi più innovativi, anche per favorire una maggiore adesione ai test. Le differenze territoriali non sussistono solo tra una Regione e l’altra, ma spesso anche tra le singole ASL. Nella stessa provincia, talvolta, riscontriamo tassi d’adesione molto diversi. E’ un’ulteriore dimostrazione che anche l’organizzazione burocratico-amministrativa svolge un ruolo fondamentale”.

“Con meno diagnosi precoce, abbiamo registrato nel 2021 diagnosi più gravi, con tumori più voluminosi, metastasi più estese, malattie in uno stadio più avanzato. Tutto ciò significa cure più lunghe, più costose, più invasive, con esiti meno certi e statisticamente positivi” – commenta l’Avv. Alessandro Delle Donne – Direttore Generale IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” Bari – “Come intervenire? Una riorganizzazione funzionale dell’Istituto – più risorse umane, più risorse strumentali, nuove e strategiche collaborazioni – e, soprattutto, una riorganizzazione della rete territoriale. È il CORO, pensato per ottimizzare il percorso del malato oncologico, coinvolgendo tutta la rete, che parte dei medici di base e arriva al nostro Istituto.”. “Il micro ed il macro ambiente hanno grande rilevanza nelle malattie oncologiche” –  prosegue il prof. Antonio Moschetta, Docente Medicina Interna Università Degli Studi Di Bari Aldo Moro – “L’aggressività di un tumore deriva sia dalle caratteristiche intrinseche del cancro sia dalle caratteristiche dell’organismo che lo ospita”. “La nostra priorità, per i prossimi mesi, è incentivare il più possibile e a 360 gradi la prevenzione primaria e secondaria del cancro – conclude la prof.ssa Bonifacino -. In particolare le donne devono ricominciare a svolgere regolarmente la mammografia, la ricerca del sangue occulto delle feci e l’HPV Test. Sono tre esami assolutamente sicuri, poco invasivi e che, soprattutto, hanno dimostrato di ridurre la mortalità per tre neoplasie particolarmente diffuse”.

 

23 Maggio 2022
di intermedianews
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Covid: Nuovo anticorpo riduce dell’83% il rischio di malattia

I pazienti fragili devono essere protetti contro il Covid-19, anche grazie alla prima opzione farmacologica che consente di prevenire i sintomi del virus diversa dai vaccini: una combinazione di anticorpi monoclonali. Si fa riferimento a persone, in particolare quelle con sistema immunitario compromesso, che potrebbero non sviluppare una risposta adeguata ai vaccini contro il virus. Inoltre, in caso di infezione, sono a maggior rischio di esiti negativi da Covid-19, perché la loro capacità naturale di combattere gli agenti patogeni è più bassa. In Italia, dallo scorso febbraio, è disponibile una combinazione di anticorpi monoclonali a lunga emivita che ha dimostrato di ridurre dell’83% il rischio di sviluppare la malattia in forma sintomatica, con una protezione che continua per almeno sei mesi dopo una sola dose. Si riscontrano però differenze regionali nell’accesso dei pazienti a questo trattamento di profilassi pre-esposizione al virus. Per definire un approccio alla prevenzione multidisciplinare, integrato e condiviso, parte l’iniziativa di sensibilizzazione “Covid-19, preveniamolo nei più fragili”, che prevede un tour in 10 Regioni nell’ambito del quale interverranno tutti gli attori coinvolti nella gestione delle persone fragili, inclusi gli Assessori regionali. Il progetto, presentato oggi al Senato in un convegno nazionale, è promosso da Senior Italia FederAnziani in collaborazione con AstraZeneca.
“I due anticorpi monoclonali umani, tixagevimab e cilgavimab, derivati da cellule B donate da pazienti convalescenti dopo aver contratto il SARS-CoV-2 e poi successivamente sottoposte a modifiche biotecnologiche, sono in grado di legarsi a siti distinti sulla proteina spike del Coronavirus – spiega Giovanni Di Perri, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Torino e Responsabile della Divisione Universitaria di Malattie Infettive all’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino -. Sono stati ottimizzati per estenderne la durata d’azione rispetto ai monoclonali convenzionali. Nello studio internazionale PROVENT di fase III condotto su 5.197 pazienti e pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’, la combinazione ha ridotto il rischio di sviluppare il Covid-19 sintomatico rispetto al placebo dell’83% all’analisi di follow-up a 6 mesi. Una singola dose della combinazione di tixagevimab e cilgavimab, facilmente somministrabile per via intramuscolare, determina quindi una protezione duratura, per almeno 6 mesi. Purtroppo, ad oggi, per accedere al farmaco è necessario un test sierologico negativo, tuttavia la presenza di un titolo anticorpale non assicura la reale protezione dal virus e da ciascuna delle sue varianti circolanti. Sono diversi i gruppi di popolazione che rimangono a rischio di Covid-19, perché non possono vaccinarsi oppure perché immunocompromessi e, quindi, non in grado di sviluppare una risposta immunitaria adeguata dopo la vaccinazione. Si tratta, in particolare, dei pazienti trapiantati, affetti da patologie onco-ematologiche, in trattamento chemioterapico attivo, oppure con farmaci immunosoppressori per patologie ad esempio reumatologiche o neurologiche, o colpiti da immunodeficienze primarie”. Si stima che circa il 2% della popolazione mondiale (3 milioni di persone in Europa) sia ad alto rischio di una risposta inadeguata alla vaccinazione contro il Covid-19 e possa trarre particolare beneficio dalla profilassi pre-esposizione con la combinazione di anticorpi monoclonali.
“Gli anticorpi monoclonali sono prodotti biotecnologici che, oltre ad essere da anni utilizzati per la terapia di numerose malattie croniche, tra cui molte forme di tumore, sono in grado di potenziare la risposta immunitaria naturale contro specifici microrganismi patogeni – afferma Stefano Vella, infettivologo e docente di Salute Globale all’Università Cattolica di Roma -. Al di là del loro impiego terapeutico, in alcuni casi, tra cui l’infezione da HIV e il Covid-19, si sono dimostrati in grado di svolgere anche un ruolo preventivo. Oggi al Senato si parla di un cocktail di anticorpi monoclonali, tra l’altro modificati per avere una lunga durata d’azione, che possono svolgere un ruolo importante nella profilassi dell’infezione da Sars-Cov2, soprattutto per quelle persone ad alto rischio di andare incontro a forme severe di malattia, a causa di un sistema immunitario troppo fragile per rispondere in modo efficace sia all’infezione che ai vaccini disponibili”.
I due anticorpi tixagevimab e cilgavimab sono stati individuati dagli esperti del Vanderbilt University Medical Center negli Stati Uniti. La combinazione, lo scorso marzo, ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio in Europa per la profilassi del Covid-19. In Italia la combinazione è stata autorizzata a gennaio per l’uso in emergenza (GU 28/01/2022) e resa disponibile nelle strutture identificate a livello regionale. Lo scorso aprile (GU 14/04/2022) ha ottenuto l’approvazione in classe CNN (dedicata ai farmaci non ancora valutati ai fini della rimborsabilità). Le Regioni si sono attivate, seppur in maniera eterogenea, nell’identificazione dei prescrittori ma non hanno ancora definito dei percorsi chiari per la presa in carico dei pazienti e che possano consentire l’accesso al farmaco a tutti i pazienti eleggibili.
“L’uso degli anticorpi monoclonali in profilassi, a differenza di quello in trattamento, è svincolato dall’incidenza della patologia ed è più facilmente programmabile da parte dei centri che hanno in carico i pazienti che rientrano nelle categorie eleggibili identificate nel registro dell’Agenzia Italiana del Farmaco – sottolinea Alessandro D’Arpino, Vice Presidente SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici della Aziende Sanitarie) -. Per questo è importante che siano superate quanto prima le differenze a livello territoriale per consentire l’accesso a questa protezione supplementare, che si aggiunge ai vaccini nella tutela delle persone più fragili”.
“Durante la prima ondata della pandemia la mortalità per Covid nei pazienti oncologici ha raggiunto il 30%, ma questa percentuale si è progressivamente ridotta grazie alle campagne di immunizzazione, che hanno permesso di mettere in sicurezza una parte delle persone colpite da tumore, riducendo le ospedalizzazioni e i decessi – spiega Saverio Cinieri, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Resta però una percentuale di pazienti ad alto rischio, come quelli con malattia oncoematologica in fase attiva, che non sono in grado di sviluppare una risposta immunitaria adeguata dopo la vaccinazione. In questi casi è necessario poter garantire una protezione supplementare al vaccino, anche considerando le basse percentuali di adesione alla quarta dose”.
“È incoraggiante che la combinazione di anticorpi abbia dimostrato di essere efficace e di neutralizzare anche il sottolignaggio BA.2 della variante omicron, attualmente dominante in circolazione e molto contagioso – afferma Francesco Cognetti, Presidente di FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi) -. I nuovi casi di infezione sono in calo, ma nel nostro Paese i decessi causati dal virus continuano a essere fra i più numerosi al mondo. Inoltre, la revoca di diverse misure di contenimento del Covid-19 rende oggi più che mai importante tutelare le popolazioni vulnerabili, come gli immunocompromessi. Tutti gli studi pubblicati sulla pandemia mostrano che i pazienti affetti da patologie oncologiche ed ematologiche rappresentano una popolazione particolarmente esposta all’infezione. Vi è una confluenza di fattori di rischio per entrambe le patologie, cioè tumori e Covid-19. E i trattamenti chemioterapici aumentano la probabilità di contrarre il virus e ne incrementano la letalità, attraverso una diminuzione della risposta immune”.
“Promuoviamo questo importante progetto a tutela degli immunocompromessi, in cui rientrano anche molti anziani – conclude Eleonora Selvi, Presidente Senior Italia FederAnziani -. L’iniziativa di sensibilizzazione al fine di proteggere maggiormente le persone vulnerabili deve partire proprio in questi mesi, prima della probabile ripresa dei contagi il prossimo autunno. Vogliamo confrontarci con gli Assessori regionali alla salute per sensibilizzarli e superare quanto prima gli ostacoli che non permettono di accedere in modo uniforme sul territorio alla prima opzione farmacologica a base di anticorpi per la prevenzione del Covid-19”.

5 Maggio 2022
di intermedianews
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Ricerca clinica, Italia in ritardo su attuazione del regolamento europeo. La FICOG: “Bisogna accelerare e prevedere un’unica progettualita’

Roma 5 maggio 2022 – L’Italia è ancora lontano dalla piena attuazione del Regolamento Europeo del 2014 sulle sperimentazioni cliniche di medicinali per uso umano. È indispensabile accelerare e soprattutto disporre di tutti i provvedimenti e dei decreti attuativi riuniti e coordinati all’interno di un’unica progettualità. E’ quanto emerso oggi dal convegno nazionale “I Gruppi Cooperativi in Oncologia. Le nuove sfide della ricerca indipendente” promosso a Roma da FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups) e AIOM. La Federazione riunisce 17 gruppi cooperativi oncologici che promuovono nel nostro Paese la ricerca clinica no-profit.

“Il Regolamento europeo rappresenta un’ottima opportunità e un’occasione per superare le attuali criticità – afferma Carmine Pinto, Presidente FICOG -. Vuole standardizzare e semplificare la ricerca clinica nel Vecchio Continente ma, al tempo stesso, garantire la qualità degli studi e la sicurezza dei pazienti. In Italia, al momento sono ancora limitati i finanziamenti e le risorse, con una frammentazione e un’assenza di  coordinamento tra i progetti . Tutto ciò rende meno efficiente la ricerca, soprattutto quella indipendente, e questo fenomeno è molto evidente nelle sperimentazioni oncologiche. In primo luogo, è necessario accelerare sull’individuazione delle caratteristiche dei centri che devono svolgere ricerca nella Penisola. Come FICOG abbiamo prodotto insieme a FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), GIMEMA ( Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto) e GIDM  (Gruppo Italiano Data Manager) un documento tecnico per definire parametri specifici. Lo metteremo a disposizione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, l’ente regolatorio deputato  individuare queste caratteristiche. Siamo in attesa di risposte, anche per la riorganizzazione dei Comitati Etici. La loro riduzione a 40 comitati territoriali  è già stata deliberata, così come i quattro Comitati a valenza nazionale. È necessaria, per l’impatto ed il volume della ricerca oncologica, la presenza di oncologi medici nei comitati a valenza nazionale. Considerando anche che il 40% di tutti gli studi clinici condotti in Italia riguardano trattamenti anti-tumorali”. Nel convegno, ampio focus sullo stato dell’arte delle Reti Oncologiche Regionali. “Sono importantissime anche per quanto riguarda la ricerca clinica – prosegue Pinto -. Possono, infatti, promuovere e facilitare le sperimentazioni da un punto di vista progettuale, gestionale e amministrativo. Riteniamo perciò prioritario l’implementazione delle Reti in tutta la Penisola. Bisogna poi arrivare finalmente a definire la figura professionale dei Coordinatori di Ricerca Clinica e alla loro stabilizzazione possibile ora solo negli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), ma ben sappiamo che  buona parte degli studi clinici viene  condotta in Italia  negli ospedali e nelle università. Infine è indispensabile aggiornare il sistema di formazione che consenta di rendere disponibili le competenze e  le nuove figure professionali richieste dall’evoluzione della ricerca. È indispensabile promuovere una corretta informazione – conclude Pinto – sull’utilità della ricerca clinica nel nostro paese. Come FICOG abbiamo deciso di lanciare la campagna “Lo sai quanto è importante?” che prevede la realizzazione di survey, booklet, attività social e uno spot rivolto ai cittadini, alle associazioni pazienti e alle Istituzioni, che sarà lanciata nel prossimo convegno americano dell’ASCO, nel giugno prossimo”.

4 Maggio 2022
di intermedianews
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OMS: in UE sovrappeso-obeso il 59% degli adulti e il 29% dei bimbi

4 maggio 2022 – Un epidemia sta colpendo l’Europa: è il sovrappeso e l’obesità. Si che abbiano un ruolo in più di 1,2 milioni decessi ogni anno, pari a oltre il 13% della mortalità totale nella regione. A lanciare l’allarme è l’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), che ha presentato un nuovo Rapporto in cui si evidenzia come nessuno degli Stati membri sia attualmente sulla buona strada per fermare l’aumento di peso tra la popolazione. Attualmente in Europa il 59% degli adulti e quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso od obeso. Il fenomeno non risparmia neanche i bambini più piccoli, tanto che si stima che il 7,9% nella fascia di età inferiore ai 5 anni soffra di un eccesso di peso. La prevalenza aumenta nella fascia di età 5-9 anni, con un bambino su otto obeso (11,6%) e quasi uno su tre in sovrappeso (29,5%). Durante l’adolescenza si registra una diminuzione della prevalenza (il 7,1% nella fascia di età 10-19 anni è obeso e il 24,9% è in sovrappeso). I tassi di sovrappeso e obesità tornano tuttavia a salire in età adulta, fascia in cui si registra un tasso di obesità del 23%.

L’Oms ricorda come obesità e sovrappeso siano associate a un alto numero di malattie: sono per esempio coinvolte nell’insorgenza di 200.000 nuovi casi di cancro all’anno e si stima che causino il 7% degli anni totali vissuti con disabilità in Europa. Cifre destinate a crescere nei prossimi decenni, se si considera che, secondo l’Oms, per alcuni paesi della regione l’obesità supererà il fumo come principale fattore di rischio per il cancro prevenibile. Per contrastare l'”epidemia di sovrappeso e obesità” l’Oms sollecita gli Stati membri ad adottare misure efficaci (come tassare le bevande zuccherate o facilitare l’accesso ai servizi dedicati alla salute alimentare) e politiche in grado di migliorare le abitudini alimentari e di aumentare l’attività fisica nel corso della vita, a partire dalla più tenera età.

2 Maggio 2022
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AIOM: “I pazienti oncologici siano vaccinati contro l’herpes zoster è doppio il rischio di sviluppare la malattia negli immunodepressi”

Milano, 2 maggio 2022 – Il rischio di sviluppare l’Herpes Zoster nei pazienti oncologici è doppio rispetto alla popolazione sana. Ed è ancora più elevata la possibilità che le persone colpite da tumori debbano affrontare le gravi conseguenze del virus, che possono portare alla morte. Per questo è fondamentale che tutti i cittadini con neoplasia, in particolare quelli immunodepressi, siano vaccinati contro l’Herpes Zoster, come indicato nelle Raccomandazioni dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che saranno presentate il 6 maggio a Firenze al Convegno nazionale “Le vaccinazioni nel paziente oncologico” e anticipate oggi ai giornalisti in una conferenza stampa virtuale, realizzata con il contributo non condizionante di GSK.

“L’Herpes Zoster, comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio, è la conseguenza di una riattivazione del Virus Varicella-Zoster che, al momento della prima infezione, è all’origine della varicella – spiega Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. Oltre il 99% degli adulti di età pari o superiore a 40 anni è entrato in contatto con il virus e una persona su 3 è a rischio di sviluppare almeno un episodio di Herpes Zoster nella vita. Questo agente patogeno ha la particolarità di restare inattivo nel tessuto nervoso, in particolare nei gangli sensitivi craniali, e nel midollo spinale, riattivandosi anni dopo con manifestazioni molto dolorose. L’immunità cellulare è in grado di controllare le riattivazioni e non consente che il virus si manifesti come malattia. Ma, nelle persone con un sistema immunitario immunocompromesso, come i pazienti oncologici in trattamento attivo con chemioterapia, il livello critico della risposta immunitaria si abbassa e possono esserci riattivazioni con insorgenza dell’Herpes Zoster in tempi successivi. Da qui l’importanza del vaccino che ha dimostrato un’efficacia superiore al 90% nella prevenzione della malattia e delle complicanze”.

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati 377.000 nuovi casi di cancro e 3,6 milioni di cittadini vivono dopo la diagnosi. “L’Herpes Zoster – afferma Paolo Pedrazzoli, Direttore dell’Oncologia alla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia – può essere responsabile di quadri clinici che mettono a rischio la vita del paziente immunocompromesso per una disseminazione delle lesioni cutanee molto ampia, per la lunga durata dell’infezione e la conseguente probabilità di sovrainfezioni batteriche e setticemia. Inoltre, può esservi un coinvolgimento degli organi con complicanze neurologiche gravi, epatiti, polmoniti e piastrinopenia, cioè la cosiddetta varicella emorragica. Non dimentichiamo poi che queste conseguenze si legano in molti casi a pericolosi ritardi nelle terapie antitumorali. Nella persona immunocompromessa anche le complicanze tardive sono più severe e invalidanti, in particolare la nevralgia post erpetica”.

Uno studio pubblicato da ricercatori spagnoli nel 2020 sulla rivista scientifica “BMC Infectious Diseases” ha considerato oltre 4 milioni di individui della regione di Valencia, di cui quasi 600mila immunocompromessi. L’incidenza di Herpes Zoster nella popolazione non immunocompromessa è risultata pari a 4,6 casi per 1000 abitanti/anno. “Nei pazienti con neoplasia il rischio di sviluppare la malattia è più che doppio (11) – continua il prof. Pedrazzoli -. E in questi ultimi aumenta in modo esponenziale la possibilità di complicanze severe e conseguenti ospedalizzazioni (19,9 rispetto a 2,6). La loro risposta immunitaria è più debole, perché la chemioterapia e la radioterapia spesso inducono neutropenia e leucopenia, cioè un abbassamento delle difese immunitarie. Un precedente lavoro australiano, pubblicato nel 2019 su ‘The Journal of Infectious Diseases’, ha analizzato il rischio di Herpes Zoster in una popolazione di 20.300 pazienti con neoplasia ematologica o solida di recente diagnosi. Le persone con tumori ematologici presentano in assoluto il rischio maggiore, circa 4,5 volte più alto rispetto alla popolazione sana. I cittadini con neoplasie solide sono più a rischio (circa doppio), se in trattamento attivo chemioterapico”. E l’aumentata probabilità di infezione persiste per 3 anni dopo la diagnosi di cancro, come evidenziato anche da uno studio pubblicato sul “British Journal of Cancer”.

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 ha introdotto nel calendario vaccinale, oltre che nei Livelli Essenziali di Assistenza, la vaccinazione anti Herpes Zoster per la coorte dei 65enni e per le persone con malattie quali diabete mellito, patologia cardiovascolare, broncopneumopatia cronica ostruttiva, o candidati al trattamento con terapia immunosoppressiva. “L’Herpes Zoster si manifesta con dolore molto intenso, che precede di 2-3 giorni le tipiche lesioni vescicolari e crostose che interessano un’area della pelle innervata dalle fibre nervose infette – spiega il Presidente Cinieri -. La regione interessata è quasi sempre quella toracica e lombare. È soprattutto una patologia dell’anziano e si genera per un meccanismo di immunodeficienza, che non permette di controllare la normale riattivazione del virus a livello dei gangli sensitivi. I fattori predisponenti sono costituiti dall’età superiore a 70 anni, dallo stress fisico ed emotivo, da malattie autoimmuni che richiedono immunosoppressione farmacologica o che colpiscono il sistema immunitario come l’HIV, dal trapianto di midollo osseo o di un organo solido e dai trattamenti oncologici, in particolare dalla chemioterapia e dalla radioterapia. La malattia ha un impatto sulla sanità pubblica davvero rilevante, in termini di cure e ospedalizzazioni per far fronte alle complicanze. Oggi abbiamo a disposizione un nuovo vaccino ricombinante adiuvato che può essere utilizzato in tutti i pazienti oncologici, inclusi quelli immunocompromessi, ed è in grado di offrire una protezione duratura”.

In precedenza, veniva impiegato un vaccino a virus vivo attenuato, non utilizzabile però nelle persone immunodepresse e caratterizzato dalla progressiva perdita di efficacia con l’aumento dell’età, passando dal 70% nei cinquantenni al 38% negli over 70. L’efficacia del vaccino ricombinante adiuvato, valutata in persone a cui sono state somministrate due dosi a distanza di 2 mesi, resta costante ed è pari al 96% nei 50-59enni e al 91% negli ultrasettantenni. La complicanza più frequente è la nevralgia post erpetica, contro cui il vaccino ricombinante mantiene un’efficacia di circa il 90% rispetto al 66% di quello vivo attenuato. Diversa anche la durata della protezione, che può raggiungere il decennio rispetto ai 5 anni della precedente arma.

“Purtroppo i pazienti immunocompromessi continuano a essere sottovaccinati, per vari motivi: mancanza di conoscenza delle raccomandazioni e linee guida e scarsità di studi clinici specifici, soprattutto se si considera che la condizione di immunodeficienza può essere molto variegata – afferma Paolo Pedrazzoli -. Va evidenziato anche un elemento culturale, perché gli specialisti non sempre includono la vaccinazione nella pratica clinica quotidiana”.

“Ci auguriamo che le nuove Raccomandazioni AIOM possano invertire la tendenza e favore un cambiamento sostanziale a vantaggio dei pazienti oncologici – conclude il Presidente Cinieri -. Il vaccino è un’arma fondamentale per prevenire l’Herpes Zoster e deve essere somministrato preferibilmente quando è ancora presente un’immunità immunoresponsiva, almeno due settimane prima dell’inizio della chemioterapia. Al Convegno di Firenze sarà approfondito lo spettro di tutti i vaccini da somministrare. Il tema della profilassi, infatti, è strategico nelle persone colpite da tumore. Gli oncologi hanno la responsabilità e il dovere di raccomandare tutte le vaccinazioni, quali quelle contro lo pneumococco, l’influenza, l’Herpes Zoster, il papilloma virus, oltre al Covid-19. La sede scelta per il Convegno ha un forte significato simbolico: è l’Istituto degli Innocenti, centro all’avanguardia alla fine del Settecento nella sperimentazione di quello che allora era considerato un farmaco sperimentale, cioè il vaccino contro il vaiolo”.