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Oltre la malattia


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AIOP: il 32% degli italiani insoddisfatto del servizio sanitario

Roma, 22 gennaio 2018 – Gli italiani non sono del tutto contenti del servizio sanitario nazionale. L’insoddisfazione sta crescendo e dal 21,3% rilevato nel 2015 siamo passati al 32,2%. Questa percentuale sale al 51,3% nelle Regioni del Mezzogiorno. Risulta in aumento soprattutto il malcontento verso gli ospedali: in un solo anno si è passati dal 22,7% al 30,2% (50,6% al Sud). A rilevarlo il 15° Rapporto annuale ‘Ospedali & Salute/2017’, promosso dall’Associazione italiana ospedalità privata (Aiop). Il peggioramento del trattamento dei pazienti, in particolare nelle strutture ospedaliere pubbliche, viene percepito in crescita, con riferimento agli ultimi 2 anni, passando dal 15,2% del 2015 al 18% del 2017. Un fenomeno che spesso porta al rimando e/o alla rinuncia a una o più prestazioni sanitarie da parte del caregiver o di altri membri della famiglia interessata: nel 2017, ha preso questa decisione il 26,8% degli aventi bisogno. Rinunce e rimandi già sperimentati dalle stesse persone nei 2 anni precedenti (20% nel 2016 e 16,5% nel 2015). In questo quadro, il ricorso a ospedali privati accreditati o a cliniche private a pagamento, in alternativa alle strutture pubbliche, risulta essere una decisione che si stabilizza, negli ultimi 3 anni, attorno al 41% dei caregiver per la prima scelta e al 20% per la seconda. Aumenta parallelamente il livello di consapevolezza sull’opportunità di utilizzare ospedali privati accreditati in alternativa a quelli pubblici senza oneri aggiuntivi per gli utenti (dal 35,5% del 2009 al 39,3% del 2017), di rivolgersi a ospedali situati al di fuori della propria regione (da parte di più del 30% dei cittadini intervistati), o addirittura di recarsi in strutture situate in altri Paesi dell’Unione europea (dal 14,1% del 2013 al 18,5% del 2017).


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ISTAT: 7 italiani su 10 dal medico di famiglia almeno una volta l’anno

Roma, 18 gennaio 2018 – In Italia sono 74% gli italiani che in un anno vanno dal medico di medicina generale (Mmg). In prevalenza di sesso femminile (79,3% contro il 68,3% dei cittadini di sesso maschile) e al di sopra dei 75 anni di età (92%). A proposito degli over 65, invece, il numero più alto di “frequentatori” del Mmg si registra in Basilicata (94,5%), mentre il numero più basso in Valle d’Aosta (80,5%). Nello specifico emerge che gli over 65 più “affezionati” hanno basso titolo di studio (91,4%) ed economicamente fanno parte di una classe media (terzo quintile di reddito: 92,6%). Anche dallo specialista ad andare di più sono gli over 75, ma in percentuale minore del Mmg: in media 69,6%, stavolta con un predominio degli uomini (70,3%) sulle donne (69,1%). La Regione in cui gli over 65 frequentano in maggior numero lo specialista è il Lazio (74,4%), quella dove vanno meno è Bolzano (55,1%). In tal caso, però, si tratta soprattutto di cittadini con un alto livello di istruzione (59,5%) e di reddito (il 59,7% è nel quinto quintile). A rilevare il dato è l’Istat, a fine ottobre 2017 in occasione del rapporto sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea. Il dato riguarda anche in questo caso (è già stata riportata su Quotidiano Sanità l’analisi per le malattie croniche e l’assistenza domiciliare e quella sulle cure dentali) l’assistenza sul territorio e, in particolare, quella delle figure che dovrebbero fare da filtro al pronto soccorso e se possibile ai ricoveri ospedalieri. Riferendosi ai 12 mesi precedenti la rilevazione, secondo i dati Istat, appunto, in media il 74% delle persone da 15 anni in poi ha fatto ricorso al medico di famiglia (in media però i contatti non sono alti: 1,2%), mentre si è rivolto al Mmg il 90,9% degli ultrasessantacinquenni (con l’1,6% di contatti). Anche lo specialista è gettonato fuori dall’ospedale: vi si è rivolto il 54% degli individui da 15 anni in su e il 67,2% degli over 65.


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Salute: il 97% degli italiani interroga ‘Dr Google’

Roma, 15 gennaio 2018 – Sempre più cittadini si rivolgono al web per avere risposte sulla propria salute. È quanto emerge dal questionario realizzato dal Centro medico Santagostino, secondo cui è il 97,6% degli italiani a interrogare “Dr. Google”. Dallo studio, in cui sono stati coinvolti 250 pazienti, emerge che il maggior numero dei clic su Google è per i sintomi (75,9%), mentre il secondo posto se lo aggiudicano le patologie (73,9%), il terzo i farmaci (67,6%), a cui seguono gli esami e l’interpretazione dei referti. La maggior parte degli intervistati, il 92%, dichiara di limitarsi a una ricerca passiva, astenendosi dal porre domande dirette in rete. Dai dati raccolti non sembrano riscuotere molto successo i forum di pazienti e i gruppi sulla salute: il 94,3% degli utenti, infatti, dichiara di non avervi mai partecipato direttamente. Per oltre metà del campione le informazioni reperite in rete sono ‘utili per farsi un’idea’, ma il 32% dei pazienti coinvolti ha dichiarato di aver bisogno di un ulteriore parere (non necessariamente di uno specialista) prima di procedere, mentre il 18% circa ha affermato di ricercare ulteriori informazioni in rete così da avere un confronto ancora più preciso. Nel 70,2% dei casi però è stato chiesto il parere del medico.” Quest’ultimo dato – commenta Michele Cucchi, psichiatra e direttore sanitario del Centro Medico Santagostino – ci fa tirare un sospiro di sollievo: fare delle auto-diagnosi on line può fare più male che bene. I motori di ricerca spesso forniscono informazioni irrilevanti, che possono portare ad una diagnosi sbagliata, ad un auto-trattamento sbagliato e a possibili danni per la salute”.


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Cancro: dall’UE in arrivo 40 milioni per la ricerca

Bruxelles, 11 gennaio 2018 – Il Piano Juncker sostiene la ricerca contro il cancro. La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha, infatti, erogato un prestito di 40 milioni di euro a Indivumed GmbH, società gestita da medici con sede in Germania e attiva nel settore oncologico a livello globale. Grazie al nuovo finanziamento informa la Commissione Europea Indivumed proseguirà nello sviluppo di una Banca dati mondiale utile agli scienziati impegnati nella lotta ai tumori, garantendo l’accesso ai dati dei pazienti oncologici e investendo nelle tecnologie più avanzate per comprendere meglio elementi complessi sul cancro. Il finanziamento del progetto è garantito dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Feis, pilastro del Piano di investimenti per l’Europa. “I sistemi sanitari in molti Stati membri dell’Ue necessitano sempre più di investimenti in infrastrutture moderne, tecnologie innovative e nuovi modelli assistenziali dichiara Vytenis Andriukaitis, Commissario per la Salute e la Sicurezza alimentare L’investimento in Indivumed dimostra che le istituzioni dell’Ue sono impegnate a sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di questi obiettivi. Sono lieto che la Bei firmi questo accordo oggi per aiutare i soggetti interessati del settore sanitario ad avvalersi maggiormente del Piano di investimenti per l’Europa, a vantaggio dei nostri cittadini”.


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Tumori: con i sempre turni di notte aumenta il rischio

Roma, 10 gennaio 2017 – I turni lavorativi notturni possono, per le donne, aumentare il rischio d’insorgenza del cancro. E’ questa la scoperta contenuta in una ricerca dell’Università di Sichuan secondo il quale la possibilità di contrarre un cancro aumenta del 19% rispetto a chi, invece, fa questo genere di attività per molto meno tempo. Lo studio cinese si è basato su una meta-analisi che ha preso in considerazione 61 studi. In totale, sono stati 3.909.152 i partecipanti (provenienti da Asia, Australia, Europa ed America del Nord) tra cui 114.000 che erano stati colpiti dalla patologia. Nel dettaglio, chi ha fatto lavoro notturno a lungo termine ha avuto un aumento del rischio di tumore alla pelle del 41%, del 32% del tumore al seno e del 18% di tumori all’apparato gastrointestinale. Dall’analisi dei ricercatori, inoltre, è emerso come ogni cinque anni di lavoro notturno il rischio di cancro al seno aumentava nelle donne del 3,3%. Lo studio ha coinvolto, tra le diverse categorie professionali, anche le infermiere: tra loro l’aumento del rischio del cancro al seno è stato maggiore (+58%), mentre hanno registrato un +35% per il tumore all’apparato gastrointestinale e un +28% del cancro ai polmoni. Di tutti i mestieri analizzati sono state proprio le infermiere ad aver avuto il picco maggiore legato al tumore della mammella. La ricerca è stata pubblicata su Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention, rivista dell’Associazione americana per la ricerca sul cancro.