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Oltre la malattia

4 Giugno 2021
di intermedianews
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Cancro del seno: con test genomici -36% di chemioterapia dopo chirurgia

Roma, 4 giugno 2021 – I test genomici possono svolgere un ruolo sempre più importante nella personalizzazione dei trattamenti contro il tumore della mammella. La conferma arriva dal PONDx: uno nuovo studio italiano multicentrico, prospettico e osservazionale. E’ stato condotto su 1.738 pazienti (con carcinoma mammario in maggioranza HR-positivo/HER2-negativo) in cura presso 27 centri di sei diverse regioni (Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Campania, Abruzzo e Marche). La ricerca è stata congegnata in modo che gli oncologi medici dovevano esprimere, prima dell’esecuzione del test, la decisione della terapia da somministrare. E’ stato poi evidenziato come l’utilizzo del test Oncotype DX ha ridotto complessivamente del 36% il ricorso alla chemioterapia dopo un intervento chirurgico. I risultati dello studio PONDx sono presentati oggi dagli specialisti in un webinar. “Per la prima volta è stato valutato l’impatto di questi esami sulle decisioni terapeutiche degli specialisti e di conseguenza sulla vita dei pazienti – afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e Presidente della Fondazione Insieme Contro il Cancro -. Ben il 49% delle donne per le quali prima del test era stata prevista la chemioterapia l’hanno potuta evitare, mentre circa il 12% di quelle per le quali era stata prevista l’ormonoterapia sono invece state sottoposte anche alla chemioterapia. I criteri adottati sulla base del test erano quelli antecedenti allo studio TAILOR X, successivamente pubblicato. In realtà, se guardiamo ai risultati del PONDx, tenendo contro di questi risultati, ben il 75% di tutte le partecipanti sarebbero state trattate con la sola ormonoterapia e solo il 25% avrebbe avuto bisogno anche della chemioterapia. Finora sono quattro i test genomici disponibili e Oncotype DX è l’unico che può darci informazioni predittive dirette. E’ quindi in grado di fornire risultati clinicamente rilevanti e in particolare indicare con grande precisione chi può trarre beneficio o meno dal ricorso alla chemioterapia nella fase iniziale della neoplasia mammaria. Possiamo così ridurre drasticamente il ricorso a cure inutili e di conseguenza anche gli accessi alle strutture sanitarie ospedaliere. Si evitano inoltre alle pazienti effetti collaterali sia in acuto che a lungo termine, come per esempio astenia, fenomeni di cardio tossicità, disturbi ormonali come infertilità e menopausa precoce, problemi cognitivi e neuropatie”.

Ulteriori conferme sull’utilità del test genomico Oncotype DX arrivano da una pubblicazione presentata al congresso internazionale della Società Americana di Oncologia Medica (ASCO), che si svolge in forma virtuale dal 4 all’8 giugno. Si tratta di un’analisi economico-sanitaria sui rapporti costi-benefici del test nelle donne in post menopausa, colpite da tumore del seno con linfonodi positivi. “I risultati iniziali dello studio di fase III RxPONDER sono stati utilizzati per aggiornare il modello di costi efficacia – aggiunge il prof. Saverio Cinieri, Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi e Presidente Eletto Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) -. Nella maggioranza dei casi le donne, appartenenti a questa particolare categoria di pazienti, possono evitare la chemioterapia senza aumentare il rischio di recidiva del carcinoma. Da un punto di vista economico i risparmi di costi per cure inutili e le conseguenze degli effetti collaterali è del 50% maggiore rispetto allo scenario precedente allo studio RxPONDER e quindi all’introduzione del test. L’impatto sul rapporto costi efficacia indotti da questi esami è attualmente al centro di diversi studi condotti in tutta Europa. Le indagini devono portare a nuove conferme su quanto finora già rilevato e cioè l’importanza del ricorso al test per individuare la terapia più adeguata per il singolo paziente. Ci auguriamo quindi che, anche in seguito a queste nuove evidenze scientifiche, i test genomici, come Oncotype DX, siano quanto prima effettivamente disponibili anche in Italia”.

 

3 Giugno 2021
di intermedianews
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Cancro, a causa del Covid in un anno – 11% di nuove diagnosi

Milano, 3 giugno 2021 – Ad oltre un anno dall’inizio della pandemia la situazione nel nostro Paese risulta molto difficile per gli oltre 3 milioni di persone che vivono con un tumore. Si stima che nel 2020, rispetto al 2019, le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell’11%. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici hanno fatto registrare un -18%. “Ora che la maggioranza dei pazienti oncologici è stata vaccinata contro il Covid e messa così in sicurezza è tempo di tornare a investire e a promuovere la lotta contro il cancro”. E’ questo l’appello lanciato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in occasione dell’avvio del Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), che si svolge in forma virtuale dal 4 all’8 giugno. “Ci sono stati numerosi ritardi o posticipazioni per gli esami diagnostici e di follow up – afferma Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM -. Il rischio reale e concreto è quello di registrare un forte aumento dei tumori diagnosticati ad uno stadio più avanzato. La priorità deve essere la ripresa su tutto il territorio nazionale degli esami e dei trattamenti. Stiamo ancora riscontrando casi di pazienti che non si presentano nelle nostre strutture per ricevere prestazioni sanitarie. Dobbiamo quindi ribadire con forza che adesso gli ospedali italiani sono assolutamente luoghi sicuri e che il personale sanitario è stato vaccinato. Il rischio di contrarre il Coronavirus è molto ridotto, praticamente vicino allo zero. Al contrario le patologie oncologiche sono sempre molto pericolose e prima dell’inizio della pandemia causavano ogni anno oltre 180mila decessi. Un dato che potrebbe aumentare anche per colpa del Covid-19 e delle sue conseguenze nefaste sull’intero sistema sanitario nazionale”. “Anche la prevenzione secondaria deve essere rilanciata dopo il brusco stop che ha registrato nei primi mesi della pandemia – prosegue Saverio Cinieri, Presidente Eletto AIOM -. Lo scorso anno abbiamo avuto oltre due milioni e mezzo di esami di screening in meno rispetto al 2019 e bisogna perciò avviare un piano di recupero per questi esami che sono di fondamentale importanza. E’ necessario un impegno straordinario, ad esempio, attivando anche nei fine settimana gli operatori sanitari per svolgere le mammografie per la diagnosi precoce del carcinoma mammario. Per quanto riguarda invece la ricerca del sangue occulto nelle feci per l’individuazione del tumore del colon-retto si può prevedere il coinvolgimento dei farmacisti. Infine non va trascurata anche la promozione di stili di vita sani che da sempre vede l’impegno della nostra Società Scientifica con campagne rivolte all’intera popolazione. Alcuni comportamenti scorretti come il fumo o l’abuso di alcol sono aumentati negli ultimi mesi anche a causa del Coronavirus”. Il titolo del congresso ASCO 2021 è “Equity: Every Patient, Every Day, Everywhere”. “Equità: per ogni paziente, ogni giorno e ovunque è davvero un diritto fondamentale per ogni persona che deve affrontare un’esperienza difficile e dolorosa come il cancro – conclude Beretta -. Deve essere garantito nonostante le grandi difficoltà che milioni di uomini e donne stanno affrontando. Negli ultimi anni nel nostro Paese abbiamo assistito, in ambito oncologico, ad enormi progressi dovuti principalmente all’introduzione di nuovi trattamenti e all’aumento del numero di diagnosi precoci. Lo dimostrano chiaramente i tassi di sopravvivenza a cinque anni che erano più alti rispetto alla media europea per molte neoplasie. Non possiamo permetterci di sciupare questi grossi successi e chiediamo un intervento delle istituzioni nazionali e locali per continuare a poter erogare i livelli d’assistenza precedenti all’avvento del Covid-19”.

31 Maggio 2021
di intermedianews
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ISS: in Italia variante “inglese” ancora dominante ma in lieve calo

Roma, 31 maggio 2021 – In Italia la ‘variante inglese’ del SarS-CoV-2 è ancora dominante, all’88,1%, secondo i dati aggiornati al 18 maggio, ma in calo rispetto al 91,6% dello scorso 15 aprile, e con valori oscillanti tra le singole regioni tra il 40% e il 100%. Per quella ‘brasiliana’ la prevalenza era del 7,3% (0%-60%, mentre era il 4,5% nella scorsa survey), mentre le altre monitorate sono sotto l’1%, tranne la cosiddetta ‘variante indiana’ che è all’1%. La stima viene dalla nuova ‘indagine rapida’ condotta dall’Istituto superiore di Sanità (Iss) e dal ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler. L’indagine integra le attività di monitoraggio di routine, e non contiene quindi tutti i casi di varianti rilevate – precisa l’Iss – ma solo quelle relative alla giornata presa in considerazione. In totale, hanno partecipato all’indagine le 21 Regioni/Province autonome e complessivamente 116 laboratori. Dalla survey emerge che “nel contesto italiano, in cui la campagna di vaccinazione sta accelerando anche se non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante. Mentre la variante ‘inglese’ è ancora predominante, particolare attenzione va riservata alla variante P.1”, la cosiddetta brasiliana, “la cui prevalenza è in leggero aumento rispetto alla precedente indagine.

La variante B.1.167.2 (quella cosidetta ‘indiana’) è stata identificata in 16 casi totali di cui diversi autoctoni”, si legge nella flash survey. E ancora, l’Iss raccomanda: “nell’attuale scenario europeo e nazionale, caratterizzato dalla circolazione di diverse varianti, è necessario continuare a monitorizzare con grande attenzione, in coerenza con le raccomandazioni nazionali ed internazionali e con le indicazioni ministeriali, la diffusione delle varianti stesse di SarS-CoV-2. Al fine di contenerne ed attenuarne l’impatto – conclude l’Iss – è importante mantenere l’incidenza a valori che permettano il sistematico tracciamento della maggior parte dei casi”.

28 Maggio 2021
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Covid-19: la reinfezione è un evento raro, immunità dura un anno

Roma, 28 maggio 2021 – La reinfezione da Sars-Cov-2 è un evento molto raro (un caso ogni 100 mila individui che hanno avuto il Covid), l’immunità naturale al virus è molto elevata, dura almeno un anno ed è pari, se non superiore, a quella dei vaccini. Lo spiega Nicola Mumoli, dell’Ospedale Fornaroli a Magenta, che ha coordinato un lavoro pubblicato sulla rivista Jama Internal Medicine. Il lavoro ha tenuto conto di 122 mila tamponi effettuati in un’area molto vasta della Lombardia: in un anno di osservazione sono risultati solo 5 casi di reinfezione, tutti riguardavano pazienti immunodepressi o in terapia con forti immunosoppressori. “Resta l’incognita di nuove possibili varianti – spiega Mumoli – perché se è vero che l’immunità acquisita con una prima infezione è ampia e protegge anche da varianti note come l’inglese e la brasiliana, nulla esclude che in futuro possa comparire una nuova variante più violenta che oggi non conosciamo e contro cui l’immunità ottenuta con una prima infezione o con il vaccino non funziona”. Lo studio si basa su una vasta mole di dati, relativi a una delle zone più gravemente colpite (560Km quadrati e 470.000 abitanti) in Lombardia, per un totale di 122.007 tamponi considerati. “Abbiamo considerato come reinfezione un tampone positivo oltre i 90 giorni dopo la completa risoluzione della prima infezione – spiegano gli autori – e con almeno due tamponi consecutivi negativi tra i due episodi”. È emerso che la reinfezione è un evento raro che riguarda peraltro pazienti particolari, ad esempio malati oncologici o comunque persone fortemente immunodepresse o in terapia con forti dosi di immunosoppressori. “Ovviamente – ribadisce Mumoli – non sappiamo quale sia il rischio di reinfezione se ci fosse una mutazione realmente notevole nel virus”.

25 Maggio 2021
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Studio: Long Covid per il 28% pazienti con forma lieve della malattia

Roma, 25 maggio 2021- Il Long Covid, cioè quei sintomi caratteristici della malattia che a volte durano settimane, se non addirittura mesi dopo l’infezione, ha un’incidenza che oscilla dal 12,8% al 27,8% dei pazienti convalescenti non ospedalizzati. E’ il risultato di uno studio pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe, condotto su un gruppo di 958 pazienti con infezione da Coronavirus, seguiti ambulatorialmente dall’ospedale universitario di Colonia. Perdita dell’olfatto e del gusto (anosmia e ageusia), stanchezza e affanno sono risultati i più comuni sintomi registrati dai pazienti, seguiti in due gruppi rispettivamente di 442 (seguiti dopo 4 mesi) e 353 pazienti (dopo 7 mesi). Dopo 4 mesi, in particolare, l’,8,6% presentava respiro affannoso, il 12,4% anosmia, l’11,1% anosmia, e il 9,7% stanchezza. Almeno uno di questi sintomi caratteristici del Covid era presente nel 27,8% del gruppo monitorato dopo 4 mesi e nel 34,8% del gruppo controllato dopo 7 mesi. Lo studio sottolinea che il Long Covid è quindi possibile anche dopo un esordio della malattia in forma leggera. “Il quadro clinico del Long Covid – si legge nella ricerca – è complesso e lontano dall’essere compreso. E’ comunque possibile che molti organi abbiano il potenziale di fronteggiare non solo il danno acuto, ma anche quello cronico determinati dalla malattia di lungo termine. Non sono ancora state ben identificate terapie appropriate, ma può essere utile la riabilitazione fisica. E’ necessario che la ricerca si focalizzi sulle terapie individuali, come pure sviluppi nuove opzioni terapeutiche per chi soffre di Long-Covid”.