Souloncology

Oltre la malattia

21 Febbraio 2019
di intermedianews
0 commenti

Tumore del seno, in cinque anni in Italia +10% di nuovi casi

Udine, 21 febbraio 2019 – Cresce il numero di nuovi casi l’anno di tumore del seno nel nostro Paese. Lo scorso anno la patologia ha colpito 52.800 persone mentre nel 2013 erano state “solo” 48.000. La neoplasia, che risulta in assoluto la più diffusa tra la popolazione femminile, ha fatto così registrare un incremento del 10% in cinque anni. Un aumento dell’incidenza a cui non ha fatto però seguito quello della mortalità che anzi risulta in calo: -4 % nello stesso periodo. Il dato attesta nuovamente il livello di assoluta eccellenza dell’oncologia italiana. Sono questi alcuni dei numeri presentati in occasione del convegno nazionale Focus sul Carcinoma Mammario che si apre oggi a Udine. Per due giorni nella città friulana si ritrovano oltre 300 medici, provenienti da tutta la Penisola, per fare il punto sulle ultime novità emerse dalla ricerca medico-scientifica. E’ prevista anche la partecipazione del prof. Joseph Gligorov, esperto internazionale sulla neoplasia, che terrà una Lettura Magistrale. Obiettivo principale del meeting è creare un forum di discussione tra gli specialisti nelle varie discipline coinvolte nella diagnosi e cura della malattia. “E’ una neoplasia che oggi riusciamo a gestire con successo nella grande maggioranza dei casi – afferma il prof. Fabio Puglisi, Direttore Struttura Operativa Complessa di Oncologia Medica IRCCS Centro di riferimento Oncologico di Aviano e Responsabile Scientifico del Convegno di Udine -. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni si attesta all’87% mentre la media europea è dell’82%. Sempre nel nostro Paese la percentuale sale fino ad oltre il 90% quando sono coinvolte donne con meno di 65 anni. Si tratta di ottimi risultati, impensabili fino a pochi anni fa e che non siamo ancora riusciti ad ottenere in altre malattie oncologiche più insidiose e letali. I motivi di questo successo sono da ricercare nella possibilità di avere diagnosi precoci grazie ai programmi di screening e nelle sempre maggiori conoscenze sulla biologia del tumore. E infine non va dimenticato il ruolo fondamentale della ricerca clinica, anche quella svolta in Italia, che è riuscita a mettere a punto nuovi e più efficaci trattamenti”. A Udine l’ultima sessione della prima giornata del convegno è dedicata alle nuove terapie mediche a disposizione degli specialisti. “Stiamo ottenendo buoni risultati nel superare i meccanismi di resistenza al trattamento anti-ormonale del carcinoma – aggiunge la prof.ssa Lucia Del Mastro, Coordinatrice della Breast Unit dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova e relatrice al convegno udinese -. Si stanno sviluppando soprattutto dei nuovi farmaci, come gli immunoconiugati, che sono in grado di riconoscere il loro bersaglio cellulare. Riescono a liberare gli agenti chemioterapici direttamente nella sede tumorale nella quale devono agire. Sono trattamenti di cui si parla ancora poco e rappresentano un campo rilevante nel quale si sta soffermando la ricerca. I primi risultati ottenuti sono estremamente interessanti e le cure sono ancora in via di sperimentazione. L’unica già disponibile in Italia è il TDM-1, un agente disponibile per il carcinoma HER2 positivo”.

“Sta emergendo infine la possibilità di trattamento anche con l’immunoterapia – prosegue il dott. Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Senologia e Toraco-Polmonare dell’Istituto Tumori di Napoli -. E’ una tipologia di cura già utilizzata con successo in malattie oncologiche molto aggressive come il melanoma o il tumore polmonare. Attraverso appositi farmaci il nostro stesso sistema immunitario viene incentivato a contrastare il tumore. Per quanto riguarda il tumore al seno, l’immunoterapia ha un po’ stentato, non raggiungendo gli straordinari risultati ottenuti nel melanoma e nei tumori polmonari. Tuttavia, alcuni mesi fa abbiamo visto i primi risultati positivi con un farmaco immunoterapico (l’Atezolizumab) che, aggiunto alla chemioterapia, ne potenzia l’efficacia in circa la metà dei tumori ‘triplo-negativi’ in fase avanzata. Stiamo già facendo tesoro di questi iniziali risultati positivi con studi di seconda generazione, che riguardano l’impiego di combinazioni di farmaci immunoterapici, vaccini e terapie cellulari. Per ora, comunque, l’immunoterapia rimane un trattamento sperimentale nel tumore mammario, disponibile solo nell’ambito di protocolli sperimentali presso centri italiani di eccellenza”.

Al convegno nazionale Focus sul Carcinoma Mammario di Udine ampio spazio è dedicato anche al fondamentale tema della diagnostica. “La prevenzione di questa neoplasia passa anche attraverso esami non invasivi – conclude la prof.ssa Chiara Zuiani, Past-President della sezione di Senologia della Società Italiana Radiologia Medica (SIRM) e relatrice al meeting di Udine -. Oltre alla mammografia, già prevista nei programmi di screening attivati nelle varie Regioni, alcune particolari categorie di donne dovrebbero ogni anno sottoporsi ad una risonanza magnetica mammaria con mezzo di contrasto. Per esempio le italiane portatrici di una mutazione dei geni BRCA 1 o BRCA 2 o che hanno un’importante storia familiare di carcinoma mammario. Questi controlli strumentali devono cominciare a 25 anni o comunque un decennio prima dell’età di insorgenza del tumore nel familiare più giovane. Così facendo, è possibile intervenire prima che sia troppo tardi e aumentare così ulteriormente le chances di sopravvivenza”.

20 Febbraio 2019
di intermedianews
0 commenti

EUROSTAT: per il 29% degli italiani i costi delle cure sono un peso

Roma, 20 febbraio 2019 – Sono più della metà i cittadini dell’Unione europea che non lamentano il peso economico delle spese mediche. Secondo i dati Eurostat solo l’11% le ha percepite gravare sul bilancio familiare, mentre per il 34% sono state in qualche modo onerose. Ma non tutti i Paesi la pensano allo stesso modo. Cipro è il Paese in cui il maggior numero di persone (39%) ha dichiarato che il costo delle cure rappresenta un fardello. A seguire la Bulgaria (32%), l’Italia (29%) e la Lettonia (28%). La percentuale più alta di persone che invece ha dichiarato che i costi della sanità non hanno pesato sul budget familiare è stata registrata in Danimarca, Slovenia e Svezia (tutte all’86%), Estonia (85%) e Francia (84%). Secondo i dati Eurostat, a sentire maggiormente il peso della spesa medica sono le famiglie di due persone in cui almeno una ha 65 anni o più (13%). Rappresenta un esborso di un certo rilievo per i single (12%), le famiglie con figli indipendenti (12%), famiglie composte da due persone e quelle con figli piccoli (10%). Per quando riguarda le cure dentistiche, Cipro è il Paese dove viene lamentato un forte esborso (47%), seguita dall’Italia (39%), la Lettonia (36%) e dalla Spagna (34%). Invece il 79% dei danesi, il 77% in Olanda e Svezia ritengono che andare dal dentista non sia un problema per il portafogli.

19 Febbraio 2019
di intermedianews
0 commenti

Tumori: percorsi di cura uniformi e riduzione degli sprechi

“Va migliorata l’efficienza per risparmiare fino al 20% dei costi”

Roma, 19 febbraio 2019 – In cinque anni (2013-2018) i nuovi casi di cancro nel nostro Paese sono aumentati da 366mila a 373mila. E, oggi, quasi 3 milioni e 400mila persone vivono dopo la diagnosi, con un incremento del 3% ogni 12 mesi.1 Il servizio sanitario nazionale, finora, è stato in grado di sostenere il peso crescente della malattia e di rispondere alle esigenze di questi pazienti. Ma è urgente individuare soluzioni per rendere più efficiente il modello di assistenza oncologica. Ogni anno, in Italia, il 20% dei costi per la cura del cancro, pari a circa 3,8 miliardi di euro, potrebbe essere risparmiato migliorando l’efficienza complessiva del sistema2, fermo restando l’obiettivo generale di garantire un livello di finanziamento pubblico adeguato alla domanda di salute. È infatti necessario far fronte a criticità urgenti che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza: almeno il 15% degli esami (in particolare radiologici e strumentali) è improprio, vi sono terapie di non comprovata efficacia che costano ogni anno al sistema circa 350 milioni di euro e il peso delle visite di controllo è pari a 400 milioni. Non solo. Le liste di attesa sono troppo lunghe, l’adesione ai programmi di screening è insufficiente soprattutto al Sud, le reti oncologiche regionali sono attive solo in alcune aree e i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) non sono uniformi nelle varie Regioni con conseguente spreco di risorse. Soluzioni concrete vengono proposte oggi in una conferenza stampa a Roma da All.Can, coalizione che include associazioni di pazienti, clinici, università e industria, con l’obiettivo di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, adottando un’ottica interamente centrata sul paziente. All.Can rappresenta la declinazione di un’iniziativa internazionale promossa in 19 Paesi che porta, anche in Italia, l’esperienza positiva di una vera alleanza tra tutti gli attori coinvolti nella lotta alla malattia. “La riduzione delle inefficienze è la precondizione per velocizzare l’accesso all’innovazione – spiega la senatrice Emilia Grazia De Biasi, Portavoce di All.Can Italia -. Non servono tagli lineari, ma soluzioni in grado di allocare le risorse garantendo il miglior risultato per i pazienti, facendo crescere la qualità del sistema pubblico della salute. Questo tipo di approccio richiede proposte strutturali e una visione strategica di lungo termine piuttosto che una di breve, rivolta esclusivamente a risolvere problemi immediati. All.Can vuole mettere i pazienti al centro delle proposte elaborate, creare sistemi di misurazione (accountability) per assicurare che l’allocazione delle risorse sia indirizzata solo alle esigenze del malato, investire nella generazione di dati che evidenzino le variazioni degli esiti e definiscano esattamente cosa è spreco, focalizzare la volontà politica per incorporare queste iniziative all’interno delle decisioni politiche elaborate a livello nazionale e internazionale”. All.Can è reso possibile grazie al contributo di Bristol-Myers Squibb e AbbVie. Nel 2017, in Italia, la spesa farmaceutica totale è stata di 29,8 miliardi di euro (il 75% rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale). Le uscite per i farmaci anticancro sono passate da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5 miliardi (5.063 milioni) nel 2017: rappresentano la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica.3 Questo valore, anche se in costante crescita, equivale “solo” al 25% del costo totale del cancro (pari a circa 19 miliardi di euro ogni anno4). Accanto ai costi diretti (per farmaci, visite specialistiche ecc), vanno infatti considerati quelli indiretti che incidono in maniera significativa (ad esempio, mancati redditi da lavoro per assenze forzate o cessazione dell’attività lavorativa sia del malato che delle persone che prestano assistenza).
“Vanno definite le azioni prioritarie da mettere in atto – afferma il prof. Gianni Amunni, vice presidente di Periplo e Direttore Generale dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO) -. Innanzitutto, devono essere realizzate in tutto il territorio le reti oncologiche regionali, la cui completa attivazione procede con estrema lentezza. Oggi sono operative solo in sei Regioni (Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria). Il problema della loro istituzione è stato affrontato nel Piano Oncologico Nazionale, ma è rimasto embrionale. Solo le reti oncologiche regionali permettono un collegamento reale fra i centri e lo sviluppo integrato dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali. Offrono al paziente la garanzia di ricevere le cure migliori negli ospedali più vicini al domicilio, con significativi risparmi. Senza considerare l’eliminazione degli esami impropri e la riduzione delle liste di attesa e delle migrazioni sanitarie. Basta pensare che oggi il 12% dei cittadini colpiti da tumore del colon retto e residenti nel Meridione si reca al Nord per sottoporsi all’intervento chirurgico”.
“È inoltre necessario che la riorganizzazione degli ospedali e dei posti letto privilegi le strutture che trattano più casi – evidenzia il prof. Paolo Marchetti, Direttore Oncologia Medica B del Policlinico Umberto I di Roma e Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza -. Non è ammissibile che un giorno di ricovero abbia costi estremamente differenti non solo tra diverse Regioni, ma anche nell’ambito di uno stesso territorio. Per questo bisogna procedere all’applicazione reale dei costi standard, cioè dei criteri per assegnare le risorse per finanziare i reparti di oncologia. Questi parametri sono strumenti fondamentali per valutare la spesa, perché assicurano la sostenibilità del sistema sanitario e garantiscono equità nella distribuzione dei fondi. Consentono, inoltre, di sapere se si spende troppo e perché, o se vi è carenza di risorse, oltre a consentire di formulare e monitorare i budget. Oggi viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard. In realtà bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata”. Già nel 2010 un’indagine sui costi standard per DRG in oncologia, cioè sulle tariffe per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera, aveva sottolineato una ‘sottotariffazione’ dei ricoveri (differenza tra tariffazione e costi reali) pari al 28%. Un’altra indagine, condotta nel 2015, ha evidenziato un ulteriore incremento di questa differenza che ha raggiunto il 78%.
“Inoltre, molti esami non rispondono al criterio dell’appropriatezza – continua il prof. Marchetti -. Il problema riguarda, in particolare, i marcatori tumorali. Questi test sono utilizzati in oncologia da più di 40 anni, ma il loro uso sta diventando eccessivo rispetto al numero dei pazienti oncologici, perché sono impiegati a scopo diagnostico in persone non colpite dalla malattia. Nel 2012 sono stati eseguiti oltre 13 milioni di marcatori tumorali a fronte di 2 milioni e 300mila italiani che vivevano dopo la diagnosi. La soluzione è rappresentata dalla uniformazione a livello nazionale delle indicazioni per un loro uso appropriato”.
Nel periodo 2012-2016, nel mondo, sono state lanciate 55 nuove molecole anticancro. L’Italia ha consentito l’accesso a 36 di queste terapie entro il 2017.5 “In Europa – spiega la dott.ssa Antonella Cardone, Direttore della European Cancer Patient Coalition (ECPC) -, ogni anno, si stimano 2,5 milioni di nuovi casi di cancro e si stima che il 20% della spesa sanitaria è sprecata in interventi inefficaci che possono danneggiare il malato con ritardi evitabili, per esempio. Per questo motivo la European Cancer Patient Coalition – ECPC, in rappresentanza di circa 450 associazioni di malati di 46 Paesi, è impegnata in All.Can e ne è tra i Soci Fondatori. L’accesso tempestivo dei malati di cancro all’innovazione nella diagnosi e terapia e il superamento delle inaccettabili disparità esistenti tra i Paesi europei e al loro interno sono al centro della mission di ECPC. Siamo impegnati ad assicurare la crescita e lo sviluppo di All.Can in Europa e nei singoli Paesi, attraverso le nostre associazioni, nella convinzione che, a seguito della permanente crisi economica e nel doveroso rispetto della sostenibilità economica, non è possibile avere accesso all’innovazione nei trattamenti farmacologici, chirurgici e radioterapici senza l’eliminazione di sprechi e di procedure curative superate e, a volte, anche nocive con la contestuale riallocazione delle corrispondenti risorse”.

19 Febbraio 2019
di intermedianews
0 commenti

Cancro: in Italia gli anziani guariscono meno che nel resto d’Europa

Roma, 19 febbraio 2019 – Ogni giorno in Italia più di 510 nuove casi di cancro riguardano gli over 70. Il 63% dei pazienti colpiti da tumore è vivo a cinque anni dalla diagnosi, percentuale che pone il nostro Paese al vertice in Europa. Purtroppo non è così per gli anziani, che presentano tassi inferiori alla media continentale. In particolare, gli uomini 65-74enni e le donne over 75 hanno una prognosi peggiore (circa 37%) dei coetanei europei (40%). Le cause? Stili di vita scorretti, minor accesso alle sperimentazioni e alle terapie più efficaci, malattie concomitanti ed esclusione dai programmi di screening, che si fermano a 69 anni. Nello specifico secondo gli ultimi dati ogni anno in Italia più di 186.500 casi di tumore vengono diagnosticati negli over 70 (oltre la metà del totale delle diagnosi). Le cinque neoplasie più frequenti negli uomini che hanno superato questa soglia sono quelle della prostata (19%), polmone (17%), colon-retto (14%), vescica (12%) e stomaco (5%). Nelle donne, al primo posto si trova il carcinoma della mammella (22%), seguito dal colon-retto (16%), polmone (8%), pancreas (6%) e stomaco (5%).

“L’accesso alle cure diventa più difficile con l’avanzare degli anni – afferma Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM -. Sette over 70 su dieci scoprono la malattia in fase avanzata, quando le terapie sono meno efficaci. Anche gli anziani possono sconfiggere il cancro, ma vanno abolite le discriminazioni che questi pazienti devono ancora affrontare, con più impegno sul fronte della prevenzione. Chiediamo che i test di screening siano estesi almeno fino a 74 anni. In questo modo aumenteranno le diagnosi in fase iniziale e le possibilità di guarigione”. “L’invecchiamento generale della popolazione e l’allungamento dell’aspettativa di vita stanno determinando un progressivo cambiamento nell’età dei pazienti che accedono alle cure nelle Unità di Oncologia nel nostro Paese: occorre garantire sia qualità della cura sia qualità di vita – conclude la Presidente Gori -. Senza dimenticare la prevenzione terziaria, comprendente l’adeguamento a stili di vita che hanno dimostrato di ridurre il rischio di recidive del tumore. Inoltre è essenziale coinvolgere gli anziani nelle sperimentazioni cliniche dei trattamenti innovativi. A causa della frequente esclusione degli anziani dagli studi clinici i miglioramenti ottenuti in oncologia negli ultimi decenni hanno riguardato solo marginalmente questa popolazione. Le sperimentazioni sono condotte di solito nelle persone giovani o adulte. La realtà clinica è invece molto spesso costituita da anziani con numerose malattie concomitanti. In particolare per i farmaci biologici, oggi utilizzati nel trattamento di tumori molto frequenti come quelli della mammella, del polmone e del colon-retto, non vi è esperienza clinica adeguata condotta negli anziani, che, invece, in alcuni casi, potrebbero ottenere risultati addirittura migliori rispetto ai più giovani”.

15 Febbraio 2019
di intermedianews
0 commenti

Cancro: in Italia 44.000 giovani hanno superato la malattia

Roma, 15 febbraio 2019 – In Italia sono 44.000 i giovani che hanno avuto una diagnosi di tumore da piccoli e che sono riusciti a superare la malattia. E’ quanto rende noto la Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP) in concomitanza con la Giornata internazionale contro il cancro infantile, che si celebra oggi. Ogni anno nel mondo 300.000 bambini e ragazzi ricevono una diagnosi di tumore e nei paesi più ricchi fino all’80% di loro ha la possibilità di guarire. Nei paesi più poveri, invece, dove queste patologie vengono scoperte in ritardo e spesso non si hanno a disposizione medicinali, la possibilità di sopravvivenza non supera il 20%. Portarla al 60% entro il 2030 significherebbe salvare un milione di vite in più nel prossimo decennio e questo è l’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma la ricerca di nuovi farmaci pediatrici procede a rilento. “In 20 anni – spiega Angelo Ricci, Presidente della FIAGOP – appena quattro nuove terapie sono state approvate e di questo passo occorreranno 300 anni per riuscire a trovarne una per ogni tumore infantile”. Incentivare la ricerca, facilitando la possibilità di includere minori nelle sperimentazioni, ma anche riadattando ‘vecchi’ farmaci a nuovi utilizzi, è uno degli obiettivi della Giornata internazionale contro il cancro infantile”.