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Oltre la malattia

L’AIOM: “L’asportazione dell’ovaio rientri in un percorso di cura. Devono essere rispettate le scelte di vita della donna”

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Milano, 25 marzo 2015 – “I medici devono avere la capacità di parlare con la donna a rischio di sviluppare un tumore dell’ovaio e di spiegarle tutte le conseguenze a cui va incontro a seguito dell’intervento di asportazione dell’organo. È indispensabile che la paziente abbia la capacità e gli strumenti per valutare tutti i pro e i contro. Il 40% delle donne con mutazione del gene BRCA sviluppa il cancro dell’ovaio. Va anche sottolineato che i controlli non permettono una diagnosi precoce, perché non esiste uno screening efficace per una malattia che non presenta sintomi chiari. Ma la scelta di sottoporsi all’intervento chirurgico deve rientrare in un articolato percorso di cura, in base al programma di vita della donna. Questo tipo di tumore può colpire persone molto giovani, anche di età inferiore ai 30-40 anni. Le conseguenze dell’operazione sono l’infertilità e la menopausa precoce, una decisione di questo tipo deve essere ponderata e valutata in profondità”. Il prof. Carmine Pinto, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), sottolinea che la scelta di Angelina Jolie di sottoporsi all’intervento di ovariectomia, a un anno di distanza dal duplice intervento di mastectomia preventiva, può rappresentare un momento proficuo di riflessione, sia per i clinici che per le pazienti. Ogni anno 4.900 italiane sono colpite dal tumore dell’ovaio. “Otto diagnosi su 10 giungono quando il cancro è ormai in fase avanzata – continua il prof. Pinto -. In questi casi, la sopravvivenza delle pazienti è solo del 30%. Dato che si inverte radicalmente se la malattia viene scoperta in tempo. Allo stadio iniziale, infatti, la probabilità di vincere il cancro raggiunge il 90%. AIOM ha già stilato un documento operativo sulle migliori strategie d’azione con i ginecologi della SIGO (Società di Ginecologia e Ostetricia), predisponendo una serie di indicatori che le Unità Operative di riferimento sul territorio devono rispettare”. “Nel nostro Paese – conclude il prof. Pinto – va migliorato un aspetto fondamentale, l’accesso al test genetico per tutte le donne a rischio, cioè quelle che hanno avuto un tumore al seno da giovani o che presentano una forte familiarità. E deve essere gestita con attenzione la fase successiva a questo esame, per definire con la paziente il percorso di cura. Va sviluppata la cultura del counselling  genetico, con tutti gli attori coinvolti: l’oncologo, il genetista e lo psicologo. Solo così potremo capire a fondo le aspettative della donna. Inoltre questo test non è solo preventivo, ma indica anche la sensibilità delle donne già affette da tumore ovaio a una categoria di farmaci, i  PARP inibitori, che agiscono nei tumori causati dalle alterazioni dei geni BRCA. AIOM insieme alle altre Società Scientifiche coinvolte, proprio in questi giorni, sta producendo delle Raccomandazione per la gestione del test per BRCA nell’ambito del carcinoma ovarico”.

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