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Oltre la malattia

Diventare genitori dopo un tumore, pensandoci prima

Fino a pochissimo tempo fa, avere un cancro significava non solo grandi paure e terapie impegnative, ma nella maggior parte dei casi anche rinunciare a realizzare il proprio desiderio di maternità o paternità. La radioterapia e la maggior parte delle chemioterapie, difatti, oltre a distruggere le cellule tumorali danneggiano irreversibilmente anche il patrimonio follicolare della donna, portandola di fatto ad una menopausa anticipata.

Il desiderio di maternità, messo in paragone con la possibilità di sopravvivenza, è stato in passato gravemente ignorato e sottovalutato. Molte donne, chiedendo se vi fosse la possibilità di una gravidanza dopo le cure, si sono sentite rispondere che l’importante era essere vive.

Ma oggi le cose sono molto cambiate. Innanzitutto le aspettative di vita e le percentuali di guarigione dai tumori sono più che raddoppiate, così come nettamente migliorate risultano anche la qualità della vita e la ripresa delle normali attività dopo le cure. In un quadro di guarigione e con un’aspettativa di vita normale, però, il desiderio di maternità non può e non deve essere sottovalutato, costituendo parte importante della vita della donna.

La possibilità di diventare mamma deve essere salvaguardata agendo in anticipo. Significa che è fondamentale programmare una crioconservazione da effettuare prima dell’inizio delle terapie.

La crioconservazione consiste nell’ibernazione in azoto liquido degli ovociti o di pezzi di tessuto ovarico, che potranno essere utilizzati dopo la fine delle terapie, se e quando si vorrà e sarà opportuno. Per il prelievo degli ovociti è necessario che vi siano almeno 15 giorni di tempo disponibili prima dell’inizio delle terapie, poiché l’intervento dipende dalla fase di ovulazione in corso e deve essere facilitato attraverso una stimolazione ovarica.

Se invece è necessario intervenire urgentemente, si può trovare un’alternativa nell’immediata asportazione del tessuto ovarico, una tecnica in fase sperimentale che sta rivelando grandi potenzialità. Una volta prelevato il tessuto, attraverso una laparoscopia (o una laparotomia se necessaria per altre ragioni), è d’obbligo un’attenta valutazione istologica ed immunoistochimica per escludere che nel tessuto siano presenti cellule neoplastiche. Inoltre il prelievo di tessuto ovarico richiede condizioni cliniche di normale rischio chirurgico ed anestesiologico (per evitare problematiche, considerata la durata dell’intervento), l’assenza di malattie come l’epatite B e C, HIV e sifilide, ed un’età generalmente inferiore ai 38 anni (poiché dopo quest’età il tessuto inizia a perdere la capacità follicolare). Se tutto risulta regolare, l’autotrapianto ortotopico di tessuto che potrà essere eseguito alla fine delle terapie  (generalmente un paio di anni dopo, ad effettiva guarigione) riporta la donna ad una condizione di normalità, con la ripresa della ciclicità mestruale.

Pensare in anticipo a salvaguardare il patrimonio riproduttivo è ormai compito di ogni oncologo che abbia davanti a sé una paziente in età fertile. Il prelievo di ovociti o di tessuto ovarico può essere effettuato in qualsiasi centro, per poi procedere alla crioconservazione nei centri attrezzati. Con la crioconservazione viene salvaguardata la speranza della donna di diventare mamma e riprendere nel futuro una vita normale: non è cosa da poco, e costituisce per ogni paziente una speranza di futuro in più.

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